Valmisa
Versione ottimizzata per la stampa
Biondi Abbigliamento - Nuove collezioni cerimonia uomo e donna - Castelleone di Suasa (AN)

Ostra: perché salvare la Pesa Pubblica

Battistuzzo Cremonini: "Perché è la nostra storia. Perché quella bilancia pubblica ci parla di un mondo che non c’è più"

974 Letture
commenti
La pesa pubblica di Ostra

Leggo con interesse che un gruppo di cittadini contesta la decisione del Comune di Ostra di eliminare, una volta per tutte, la vecchia Pesa Pubblica, i resti della quale si trovano ancora, dopo decenni, all’entrata del paese. Sebbene il Comune assicuri che i meccanismi antichi propri di questa grande bilancia – tali erano in effetti il suo aspetto e le sue funzioni, – saranno preservati all’interno delle mura del borgo, i cittadini richiedono di non eliminare la pedana della Pesa che dovrebbe invece sparire a favore di una nuova rotatoria.

In fin dei conti, si tratta solo di una vecchia pedana metallica. Molti, oggi, potrebbero intravederla appena, scambiarla per chissà cos’altro, certo non è un quadro di Giorgione né, se è per questo, assomiglia alla fabbrica di una chiesa barocca o ad un teatro ottocentesco, tutte bellezze che alla pur piccola Ostra non mancano. Allora perché darsi pena per questa teoria di lastre metalliche che solo un occhio acuto può rinvenire sul manto stradale?

La risposta è fin troppo breve. Perché è la nostra storia. Perché quella bilancia pubblica ci parla di un mondo che non c’è più, di un recente passato che era a sua volta erede di costumi secolari di origini, a ben vedere, addirittura romane.

In periodo di Settimana Santa vien utile ricordare la figura evangelica di Zaccheo, il pubblicano scansato da tutti gli ortodossi cui Gesù chiede ospitalità presso la sua casa, facendolo quindi convertire. Nell’antico ordinamento romano pubblicano era colui che appaltava le imposte per conto della Res Publica, concordava con essa un gettito annuo e quindi serbava per sé come utile o rendita quanto eccedeva del riscosso.

I pubblicani non erano amati. Innanzitutto perché servivano Cesare – gli appaltatori di imposte da sempre furono con lo Stato ed anzi, si potrebbe dire, furono lo Stato nei luoghi che amministravano, – e poi perché erano noti per taglieggiare i poveri contribuenti applicando abnormi ricarichi sulle tasse che andavano riscuotendo.
E tuttavia l’esattore imperiale, sia in età antica che nel Medioevo, rimase figura fondamentale del governo: talvolta era un vassallo del monarca, talvolta un ambizioso borghese che l’esazione delle imposte lanciava velocemente nel mondo dell’aristocrazia.

Di questi casi ve ne furono notevoli in età moderna, basti pensare ai Fermieri Generali di Luigi XIV, finanzieri che muovevano capitali ingentissimi e che il Re teneva in grandissimo conto poiché da essi e dalla loro capacità di far ‘rendere i territori’ della Corona dipendevano le decisioni di politica interna ed estera. Del resto, Luigi XIV era militarmente ambizioso: quale re può fare la guerra senza i soldi del gettito fiscale?

Anche in Francia essi non godettero di buona fama. Erano utili allo Stato ma invisi alla povera gente. Caso emblematico fu quello di Antoine de Lavoisier, considerato il padre della chimica moderna, che era anche uno degli agiatissimi e privilegiati Fermieri Generali di Luigi XVI. Anche lui, come molta parte dell’aristocrazia in quegli anni di tumulti, finì per perdere la testa, letteralmente, di fronte alla folla parigina urlante.

Prendiamo appunto il Lavoisier. Che relazione può mai esserci tra questo signore e la Pesa Pubblica di un paesino delle colline marchigiane? Apparentemente nessuna ed invece si sa che le ricerche sulle unità di misura della chimica, che resero immortale il nome del francese, gli vennero ispirate proprio dal suo mestiere di daziere: per meglio pesare i beni in entrata nei suoi comuni attraverso le Pese Pubbliche – sostanze solide liquide o gassose che fossero, – il Lavoisier si mise a fare esperimenti ancora utili agli scienziati di oggi.

In Italia le imposte rimasero in appalto sino al 1978, ossia sino all’entrata in vigore della Riforma Tributaria già approvata nel 1973. Con tale riordinamento delle finanze pubbliche lo Stato toglieva dalle mani degli appaltatori privati le Imposte di Consumo (i veri Dazi, assai più diversificati e lucrativi poiché eredi diretti delle gabelle secentesche, erano già stati aboliti da Mussolini con una riforma del 1930) e prendeva in carico direttamente l’esazione delle imposte, creando, tra le altre, l’IVA.

Anche Ostra fu parte di questa lunga storia, con la sua Pesa ed il suo Casello Daziario (o Residenza Daziaria), presso il quale i dazieri – vero esercito privato dell’appaltatore, vestiti in divisa ed armati di bastoni che infilavano nei sacchi di merce in entrata ed uscita, – valutavano la quantità e la qualità delle merci, del bestiame, dei raccolti e ne stabilivano la relativa imposta; spesso, ai dazieri competeva anche la riscossione dei diritti sulle immondizie, sulla pubblicità pubblica (manifesti e gride), sui plateatici di osterie ed alberghi.

Di norma, l’appaltatore nominava in ogni comune amministrato un Commissario – figura che spesso richiedeva una laurea in giurisprudenza o economia, data la complessità della materia trattata, – e quella di un Ricevitore che invece era delegato alle mansioni più pratiche e poteva, a seconda dei casi, assumere altro personale qualora l’entità del Comune lo richiedesse.

L’appaltatore lavorava in stretto contatto col Sindaco e con il Regio Prefetto, portava le sue decisioni in fronte al Consiglio Comunale ed otteneva l’appalto dell’imposta, che per solito durava intorno ai cinque anni, attraverso un’asta di aggiudicazione pubblica – memorabili quelle per estinzione di candela vergine, durante le quali il tempo veniva misurato appunto con la combustione di un’intera candela, – ottenendo infine l’incarico previo deposito di ingente cauzione presso la Cassa Depositi e Prestiti.

Chi l’avrebbe mai immaginato, che dietro a quella teoria di lastre metalliche che ancora chiamiamo Pesa Pubblica, ci fosse tutta questa storia? Sarebbe bello poterci ripensare, ogni volta che ci camminiamo sopra, perché noi siamo la nostra storia.

da Gaspare Battistuzzo Cremonini
(commissario provinciale Unione Monarchica Italiana)

Redazione Valmisa
Pubblicato Giovedì 18 aprile, 2019 
alle ore 3:24
Come ti senti dopo aver letto questo articolo?
Arrabbiato
Triste
Indifferente
Felice
Molto felice
Commenti
Ancora nessun commento. Diventa il primo!
ATTENZIONE!
Per poter commentare l'articolo occorre essere registrati su Valmisa.com e autenticarsi con Nome utente e Password

Già registrato?
... oppure Registrati!