“La legge sulla montagna ha fatto una gran confusione, ma un merito l’ha avuto…”
Marisa Abbondanzieri, sindaca Arcevia: "Senza modifiche difficile presidiare territorio e garantire diritto a rimanere in aree interne"

La legge sulla montagna approvata nell’ottobre 2025 ha sbagliato l’obbiettivo del riequilibrio delle aree fragili, ha messo a disposizione risorse modestissime, ha fatto una gran confusione, ha cancellato con una spugna norme che definivano le caratteristiche dei comuni montani e parzialmente montani, ha penalizzato i cittadini rimasti, soprattutto nel settore agricolo, ha delegato il governo ad approvare numerosi atti che avranno il merito di non chiudere nessun problema, se mai verranno fatti!
Un capolavoro politico e giuridico che i Sindaci di tutta Italia nelle aree montane, interne, deboli, fragili, chiedono a gran voce di risolvere, in particolare al Centro Italia e al Sud.
Ma quella legge un merito l’ha avuto! Forse ha riportato all’attenzione del Paese lo stato di difficoltà in cui versano soprattutto i Comuni sotto i 5.000 abitanti prevalentemente collocati nelle aree interne e periferiche.
Sono difficoltà demografiche, di invecchiamento della popolazione, del dissesto idrogeologico, di viabilità estese e difficili, di mancanza di servizi, di lontananza dalle scuole, dagli ospedali, di desertificazione di sportelli bancari, di un grande patrimonio storico da curare e conservare, di strutture amministrative impoverite di personale, di grandi criticità nella manutenzione del territorio, di economie e occupazione sempre più fragili.
Se vivi in queste aree devi fare i conti con una sottrazione di servizi al giorno!
Al contrario non ci mancano grandi estensioni territoriali, importanti risorse ambientali, idriche, forestali, insediamenti archeologici, chiese, abbazie, borghi fortificati, bellissimi paesaggi.
Un grande patrimonio da preservare e valorizzare.
Dal punto di vista finanziario, i Comuni delle Aree Interne dispongono di minori risorse proprie e dipendono in misura maggiore dai trasferimenti statali o regionali. La loro capacità di riscossione è più bassa, i valori catastali più contenuti e le basi imponibili ridotte. Ne deriva una minore autonomia e una maggiore rigidità della spesa, che limita la possibilità di investire in servizi sociali, istruzione o infrastrutture, aumentando la difficoltà a contrastare l’abbandono di questi territori.
Oggi assistiamo anche alla diminuzione del personale che opera nei Comuni. I dati nazionali, resi noti da IFEL, nei giorni scorsi, rappresentano una situazione al limite del possibile. Rispetto al 2007 si è perso il 28,7% dei dipendenti, usciranno nei prossimi sette anni 175.000 dipendenti, pari al 50%, non compensati da nuovi ingressi, poiché molti scelgono di passare agli uffici in cui lo stato si articola: Province, Regioni, Agenzia delle Entrate, Inps… Le motivazioni riguardano innanzitutto gli stipendi bassi e un personale chiamato a rispondere a responsabilità crescenti con strumenti sempre più limitati, sproporzionato alla mole di investimenti che hanno realizzato gli Enti Locali negli ultimi 10 anni.
La scorsa settimana, in un dibattito alla Camera, sulle Aree interne, il Ministro Tommaso Foti, Affari Europei, PNRR e Politiche di Coesione, oltre che riconoscere la sproporzione tra personale e capacità amministrativa, sottolineando che mancano i segretari comunali, si debbono attivare procedure uguali e complesse in tutti i Comuni, ha dichiarato “le aree interne non devono essere considerate uno strumento di lotta politica, bensì un’emergenza nazionale”.
Condivido totalmente ed ho apprezzato l’intervento, mi auguro che si possa mettere mano alla legislazione e alle risorse, modifiche senza le quali sarà difficile presidiare il territorio e garantire il diritto a rimanere nelle aree interne italiane. Mi aspetto che anche l’ANCI voglia prendere in mano questo tema.
Marisa Abbondanzieri
Sindaca di Arcevia




















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